Sai quando ti fermi un secondo e ti osservi. Come se potessi uscire da te e vederti da fuori. E improvvisamente ti chiedi cosa diavolo tu stia facendo. Quale inutile assurda battaglia tu stia combattendo. Se davvero sai di volere quello per cui tiri fuori le unghie e nascondi la testa sotto la sabbia. Quello per cui ti si sciolgono le budella dentro la pancia all'improvviso, Quello che ti fa cedere sulle tue gambe. Davvero è quello che vuoi? E' quello che vuoi? E' tutto quello che puoi avere o sei solo ostinata? Vedi quello che vuoi vedere o davvero c'è qualcosa di più di quello che si vede? Basta davvero che ti sfiori? Basta davvero una risata? E' tutto quello che puoi desiderare? E non meriti nemmeno questo? Continui a rialzare la testa che non conti più le volte che l'hai fatto. Che hai detto che sei meglio, che quello che avete voi non può averlo con nessun altro. Che quegli sguardi parlano più di tante parole. Che non può essere tutto qui. Non può essere tutto finito quando chiudi la porta. Che ci pensi, che ci pensi come me. Che hai solo paura o che non sei pronto oppure che. Io sono una che combatte, sono una Penelope che riporta a casa il suo Ulisse. Oppure no, oppure mi va bene così.
Non so più quello che sto facendo della mia vita. Forse non ne sto facendo assolutamente nulla. Una pillola alla settimana, con quattro pillole è già passato un mese, mese dopo mese è passato un anno. E poi un altro anno. E un altro ancora. Feed me, feed me, feed me.
They're pickin' up pieces of me,
While they're pickin' up pieces of you.
In a bag you will be, before the day is over.
Were you looking for somewhere to be.
Or looking for someone to do.
Stupid me, to believe that I could trust in stupid you.
And on the back of my hand,
Were, directions I could understand.
Don't leave me here, to cast through time,
Without a map, or road sign.
Don't leave me here, my guiding light,
'Cause I, I, wouldn't know where to begin.
I asked the Kings of Medicine,
But it seems that they've lost their powers.
Now all I'm left with is the hour.
[Kings of medicine - Placebo]
Cucinare mi calma. Mi calma e mi distrae. Anche se poi non nemmen molta fame. Cucinare fa sembrare le giornate normali, ordinarie. Cucinare e surgelare pranzi per i giorni futuri, fa sembrare più semplice il giorno che arriverà. Almeno una cosa è fatta, fatta ed ordinata. Oggi ho fatto una spesa che forse basterà per tutto il prossimo inverno. E tutto è stato messo a posto, ogni cosa ha un posto, una collocazione, in vista di un prossimo utilizzo.
Il resto della casa è un delirio, ma mettere a posto non mi calma e non mi fa sentire meglio. Non mi sento meglio. Però mi alzo e cucino e surgelo e la giornata sembra passare un po' più veloce.
Ho lasciato uscire il gatto sul pianerottolo e ha rosicchiato la pianta dei vicini e mi è venuto da ridere. E ho pensato a quando eri qui a giocare con lui e a farlo uscire di nascosto. E non capisco. Non riesco mai a mettere insieme i pezzi del prima e del poi. I suoni e i profumi di te che giri per casa e il silenzio che c'è adesso. Non capisco da dove arriva la tua rabbia. Non capisco dove sta il pezzo mancante e vorrei trovarlo e metterli insieme tutti e vedere come va a finire. Smetterla di pensare a tutti i gesti, a tutte le parole, smettere di imparare a memoria ogni cosa e smettere di immaginarla ogni volta un po' diversa per vedere se così, i pezzi finalmente combaciano. Perchè, ascolta, non ha senso. Non ha senso niente. Hanno senso le piccole cose. Ha senso raccontarsi i sogni al mattino, ha senso svegliarsi insieme, ha senso ascoltarti seduta sul tavolo a gambe incrociate, ha senso sentire il tuo profumo sul cuscino, ha senso un bacio sulla spalla all'alba e hanno senso i tuoi passi per le scale.
Non ha senso stare qui a pensare che avevano sempre ragione gli altri. Non ha senso consolarsi come al solito pensando di aver fatto quello che mi diceva il cuore. NOn ha senso se non porta mai da nessuna parte.
Mi dispiace se non vuoi parlare con me, Mi dispiace non sapere cosa pensi e mi dispiace che tu non abbia capito. Mi dispiace che tu mi creda arrabbiata, mi dispiace che non voglia ascoltare più. Mi dispiace ma io sono qui.
Oggi pensavo una marea di cose diverse mentre guidavo e sbagliavo strada. Poi le cose svaniscono. E restano solo dei pezzi confusi e non è facile sriverli. Quand'è che smetto di essere Meredith Grey e divento Pollyanna? Quando?
Prima è morto il pc portatile, ma prima ancora era morto il pc fisso e poi venne il decoder e con un colpo secco alla nuca, pose fine alla triste esistenza della Ragazza Osteggiata dalla Tecnologia.
E invece no, non sono morta, sono ancora qua. Portatile resuscitato, again, non si contano più le volte che ho detto "stavolta non ce la fa" e invece...
A parte queste cose futili e fastidiose, a parte la quotidiana lotta contro il digitale e ciò che ne consegue, a parte tutto c'è un periodino brutto brutto, pieno di sofferenze, pieno di lacrime e singhiozzi e parole che non aiutano, oppure aiutano, ma non bastano. Non basta niente e ci sei tu che annaspi e tutti noi che ti tiriamo un po' fuori dall'acqua, ma poi ci scivoli di nuovo giù. E allora sembra tutta fatica inutile e mi prende l'angoscia e soffoco anche io un po'.
Che io non ci sono abituata a dire le cose giuste, quella è una cosa che sai fare tu. Sono abituata ad essere quella incasinata, quella con le storie da sviscerare e i comportamenti da interpretare e le decisioni da prendere. E a stare dall'altra parte ho paura di non essere capace. Cerco di esserci, anche con la febbre, anche con la stanchezza, anche a qualunque costo. Niente funziona e io faccio fatica.
E allora domani ti porto con me, andiamo a fare una cosa stupida e adolescenziale, di quelle che solo io so fare e so che ci sei. Ti porto con me. A volte, penso, baterebbe caricarti sulle mie spalle e portarti fuori dalla bufera, cancellarti i pensieri, i ricordi, darti un nuovo nido, a volte vorrei solo e soltanto rivederti sorridere. E li sento i tuoi pensieri, li sento uno ad uno. Sono pesanti come sassate nello specchio dei tuoi occhi. Vorrei cullarti e dirti che passerà, anche se non lo so, anche se ho paura di no, anche se ti devo mentire. Dirti che ce la farai, che ce la devi fare. A volte vorrei cullarti ma ho paura a toccarti, ho paura che ti spezzi, che crolli, ho paura per te.
Al resto penso spesso, sogno spesso, sogni agitati, di animali salvati dai terremoti. E c'è chi dice che è qualcuno che mi sta chiedendo aiuto e io mi preoccupo per tutto. Anche per chi è sparito oppure ho fatto sparire. Oppure siamo spariti insieme e io ti sogno a tranci, come il pesce al mercato. La parte che sogno di più è la tua pancia, sono i tuoi fianchi, le tue ossa. E chi lo sa perchè. Mi manchi sempre. Penso che forse alla fine di tutto, hai ragione. Poi penso che no, che non può esserci solo questo, che non siamo fatti per stare soli. Nessuno di noi.
E poi ci sono una montagna di altre piccole ferie che bruciano quando le sfiori. Di persone che tornano, ma che non ti hanno cercato mai e quindi va bene che restino lì, che sei stufa di essere in difetto sempre tu. Sempre lì che ti giustifichi. Di altre amiche che stanno impazzendo dietro a mariti incomprensibilmente crudeli e stupidi. E non hai mai le parole adatte. Come se essere comprensivi bastasse. Ma non basta niente, non basta niente.
Quando basterebbe essere accarezzati. Una carezza al giorno, basterebbe.
Ho un nuovo nipote peloso. Una cavia di nome Arturo. O Croc, non abbiamo ancora deciso.

Tornare son tornata.
Cose da dire, poche.
La vacanza è stata bella, Formentera è bellissima, il mare è stupendo, le spiagge son stupende.
Stare tutti nudi sulla spiaggia come nel giardino dell'Eden.
Gli aperitivi a cerveca e noccioline.
Tutte le persone strane viste.
Tutte le famigliole di freakkettoni.
Stare sulla sabbia nella luce del tramonto.
Vedere il mondo dall'alto di un scogliera alla fine del mondo.
Qua tutto come prima.
Poche cose cambiano e sempre in peggio.
Siamo tutti pieni di cicatrici più o meno visibili.
Abbiamo tutti la nostra fetta di sofferenza, piccola o grande.
Abbiamo tutti la nostra gabbia, le nostre catene.
Se tieni aperte le mani troppo a lungo, la farfalla vola via.


"tu sai che mi annoio facilmente
tu sai che non vorrei rinunciare a niente
tu sai che la mia pazienza è al limite
respiro profondo pensando ai tuoi baci feroci,
ma non ci sei... "
[MEG - Succhio luce]
Parto e a te ti lascio qua.
...i'm not a princess, this ain't a fairy tale...
Torno col sorriso, promesso.
E per il 4° anno consecutivo (non contiamo quelli precedenti) il mio ferragosto si consuma tragicamente in città. C'eravamo io, la fidanzata, dei matti e qualche turista.
A parte che, tanto per intenderci come festa non è affatto al passo coi tempi. Cara Maria, adesso tu, all'epoca tua, sarai anche stata assunta in cielo, ma perchè erano altri tempi, se nascevi all'epoca nostra, al massimo in cielo ti prendevano come interinale o co.co.pro, non ti credere.
E comunque io e la fida si parte per il pomeriggio culturale che prevede giro di Palazzo Reale e Palazzo Madama, da già che a ferragosto i musei sono gratis.
Prima tappa dal kebabbaro per la colazione dei campioni, poi a Palazzo Reale, che è gratis sta cippa, infatti costa 6,50 € e si possono visitare solo le cucine. Ma stiamo scherzando? Domani scrivo a specchio dei tempi.
A quel punto viriamo per Palazzo Madama, lo giriamo tutto e mi emoziono anche un po' a vedere il soffitto della sala Staffarda perchè le tavolette dipinte che lo decorano le ho restaurate io quando, in una delle mie vite precedenti, invece di fare la contabile, facevo la restauratrice. E' un mondo difficile. Poi mettici pure che la macchina fotografica si è scaricata dopo la prima foto, anche se avevo appena ricaricato le pile. Che avrei fatto un milione di foto, io oggi, ecco.
Gelato da Grom sedute sotto il monumento in Piazza Carlo Alberto, vasche e controvasche su e giù per via Roma, giocando a passarci la "sfiga di", nell'ordine, suora (un grande classico), tamarro, mocassini di camoscio, macchina supertamarra, scarpe hogan, cattivo gusto, libro del papa.
All'imbrunire, giro in libreria che si è concluso con l'acquisto di 4 libri 4, che, credo copriranno la restante parte di estate e, stanche ma felici, ma più che altro stanche, rientro nelle rispettive casette per un maleducato sabato sera a leggere la biografia di obama o della callas.
Noi se continuiamo con tutta sta cultura, un fidanzato non lo troveremo proprio mai, mai, mai.